Uno studio comparato: dal franchismo e dal fascismo alle riforme tributarie democratiche, fino all’attualità (1922/1939–2026)

Traduzione dell’articolo pubblicato sul sito della Property and Freedom Society 

Fascismo in Italia e Franchismo in Spagna sono regimi unanimemente riconosciuti come tirannici o dittatoriali, caratterizzati dalla soppressione delle libertà fondamentali e la loro fine, traumatica ed accompagnata dalla sconfitta militare nella Seconda guerra mondiale per l’Italia, progressiva e con un passaggio graduale alla restaurazione della monarchia e della democrazia rappresentativa per la Spagna, è considerata una fortuna per le popolazioni che a quei regimi furono soggetti. Le vicende, sia del fascismo italiano, sia del franchismo spagnolo, sono complesse e la versione ufficiale e accettata della storiografia dominante non coglie le questioni che sono collegate alla nascita di entrambi i regimi ed alla loro permanenza, finendo per dare una descrizione in bianco e nero con buoni e cattivi dipinti a tinte nette. In tutto ciò si finisce sovente per accomunare fascismo e franchismo a regimi ben più pericolosi e distruttivi come il nazionalsocialismo e si finisce per glorificare chiunque si sia opposto ai fascisti italiani e spagnoli come portatore di libertà, anche quando gli oppositori erano i russi sovietici o gli angloamericani, regimi questi che avevano a cuore i propri interessi, non certo la libertà degli spagnoli e degli italiani che, tuttavia, ogni 25 aprile continuano a celebrare la liberazione da sé stessi.

Il presente studio si propone di analizzare la questione dei due regimi – fascista e franchista – da un altro punto di vista, quello fiscale, mediante un’analisi comparata di due imposte in particolare, l’imposta sul valore aggiunto e quella sui redditi, e mediante la rilevazione statistica del costo dello Stato in rapporto al prodotto interno lordo. Se il tempo dedicato dai sudditi di un qualsiasi Stato per l’adempimento delle obbligazioni tributarie dà la misura dell’invadenza della struttura pubblica nelle vite private e se, di converso, il tempo lasciato a ciascuno per perseguire i propri interessi e per realizzare un reddito da consumare in proprio e senza interferenze statali sono una metrica idonea a cogliere il grado di libertà lasciato a ciascuno dall’organizzazione statale, allora quanta libertà lasciavano i fascisti e i franchisti ai privati rispetto a quella che resta ai cittadini delle moderne democrazie italiana e spagnola? L’analisi comparata dei due sistemi conduce alla conclusione, che sorprenderà alcuni, che vi era molta più libertà sotto il Caudillo e sotto il Duce di quanta ne rimanga oggi.

PARTE I — SPAGNA
1. Il sistema fiscale del franchismo (1939–1977)
Nel periodo franchista non esisteva né un’imposta sul valore aggiunto né un’imposta sul reddito in senso moderno. L’imposizione indiretta si fondava sull’Impuesto General sobre el Tráfico de Empresas, istituito nel 1964 e rimasto il principale mezzo di imposizione indiretta spagnola fino al 1985, quando fu sostituito dall’IVA in vista dell’adesione alla CEE.1 L’imposizione diretta, dal canto suo, era ancora ancorata al modello ottocentesco degli impuestos reales o de producto — tributi settoriali e cedolari, privi di un’imposta personale sintetica e progressiva sul reddito complessivo.

Sul piano quantitativo, lo Stato franchista restava dimensionalmente modesto anche nel confronto storico interno: nel 1960 la spesa pubblica in percentuale del PIL era paragonabile ai livelli della dittatura di Primo de Rivera degli anni Venti, a testimonianza, secondo alcuni, dell’arretratezza relativa del settore pubblico spagnolo rispetto alla media europea2 ma in realtà a dimostrazione della modesta invasività dello Stato spagnolo rispetto ai redditi dei cittadini che venivano lasciati in larga misura nelle tasche degli spagnoli. Solo a partire dagli anni Sessanta, con l’espansione della previdenza sociale obbligatoria (1967) e la crescita economica del «desarrollismo», la spesa pubblica comincia lentamente a crescere, pur restando nel 1970 quantificabile intorno al 22,5% del PIL — oltre quattordici punti percentuali sotto la media dei quattro maggiori paesi della Comunità Europea.3

2. La riforma tributaria della Transizione (1973–1978)
Il tentativo di riforma organica precede la morte di Franco. Nel giugno 1973 Enrique Fuentes Quintana, allora consulente del Ministero delle Finanze, presentò un progetto di riforma fiscale integrale al Capo dello Stato: il progetto, apparentemente ben accolto, provocò tuttavia la destituzione immediata del responsabile politico dell’operazione e la distruzione degli esemplari esistenti del testo — segno dell’incompatibilità strutturale tra la presunta dittatura e un sistema fiscale universale e progressivo4 o, secondo un’altra possibile interpretazione, segno della lungimiranza del Caudillo che aveva intravisto nell’instaurazione di un simile sistema fiscale il primo passo verso la distruzione della libertà economica degli spagnoli.

Solo dopo le elezioni del giugno 1977 la riforma poté essere realizzata, attraverso la Ley de Medidas Urgentes de Reforma Fiscal, con Fuentes Quintana Vicepresidente economico del Governo Suárez e Francisco Fernández Ordóñez quale ministro esecutore. La legge introduce l’Impuesto sobre el Patrimonio quale tributo accessorio all’imposizione sul reddito e, l’anno seguente, con la Ley 44/1978, dell’8 settembre, la prima imposta unica, generale, personale, sintetica e progressiva sui redditi delle persone fisiche nella storia spagnola.5 Nella sua versione originaria l’IRPF prevedeva ventotto scaglioni di reddito, con aliquote marginali comprese fra il 15% e il 65,5%, e obbligo dichiarativo per i redditi superiori a 300.000 pesetas; l’imposta gravava sull’unità familiare, aspetto che si sarebbe rivelato fonte della prima grande riforma del tributo.6

3. L’evoluzione dell’IRPF (1978–2026)
Dal 1978 l’IRPF ha conosciuto tre grandi riforme organiche (1991, 1998, 2006-2007) e numerosi interventi minori, con una tendenza costante alla riduzione del numero degli scaglioni e alla compressione della forbice fra aliquota minima e massima.7 In sintesi:

1978 (Ley 44/1978): 28 scaglioni, aliquote 15%–65,5%. Prima imposta sintetica e progressiva; imposizione familiare obbligatoria; minimo esente per deduzione in quota (non in base).
1991 (prima grande riforma): 17 scaglioni, aliquote 20%–56%. Riforma successiva alla sentenza STC 45/1989 sulla tassazione congiunta obbligatoria, dichiarata incostituzionale.
1998 (seconda grande riforma): 6 scaglioni, aliquote 18%–48%. Introduzione del «mínimo personal y familiar»; primo impianto della dual income tax.
2001–2002: 5 scaglioni, aliquote 18%–45%. Ulteriore semplificazione della tariffa statale.
2006–2007 (riforma Solbes): 4 scaglioni, aliquote 24%–43%. Soppressione dello scaglione inferiore; redditi da capitale (interessi, dividendi, assicurazioni) resi proporzionali al 18%, indipendentemente dal livello di reddito del percettore.
2012–2013: 7 scaglioni (temporaneo), aliquote 24,75%–52%. «Gravamen complementario» anticrisi (Governo Rajoy); recupero parziale e temporaneo di progressività.
2015 (riforma Montoro): 5 scaglioni, aliquote 19%–45%. Riduzione generalizzata delle aliquote nominali.
2021–2026: 6 scaglioni statali + tramo autonómico, aliquote 19%–47%. Nuovo scaglione su redditi da lavoro > 300.000 €; redditi da capitale fino al 30% oltre 300.000 €; forte dispersione territoriale per effetto della cessione di competenze normative alle Comunidades Autónomas dal 1997.
Il dato più significativo, ai fini di una lettura in chiave di pressione fiscale reale, è che la progressività nominale del 1978 — in cui l’aliquota massima superava di oltre quattro volte quella minima — risulta oggi quasi dimezzata: con la riforma del 2006 il rapporto fra scaglione massimo e minimo non raggiunge più il doppio.8

A ciò si aggiunge un effetto di bracket creep (progressione a freddo) empiricamente rilevante: uno studio recente sulla pressione fiscale reale mostra che, a parità di potere d’acquisto, un contribuente soggetto all’aliquota media nel 1978 pagava il 16%, mentre lo stesso contribuente reale nel 2025 sopporta un carico superiore di quasi otto punti percentuali, nonostante le riduzioni nominali delle aliquote legali intervenute nelle riforme successive — segno che il mancato adeguamento sistematico di scaglioni e minimi esenti all’inflazione ha prodotto un incremento occulto della pressione fiscale.9

4. L’evoluzione dell’IVA (1986–2026)
L’IVA fu introdotta in Spagna il 1° gennaio 1986, contestualmente all’ingresso nella Comunità Economica Europea, in sostituzione dell’Impuesto General sobre el Tráfico de Empresas, con la Ley 30/1985, del 2 agosto — successivamente sostituita dalla vigente Ley 37/1992, del 28 dicembre, adottata in sede di armonizzazione del mercato unico europeo.10

1986: aliquota generale 12%, ridotta 6%, maggiorata (lusso) 33%.
1992: aliquota generale 13%, ridotta 6%, maggiorata 28%.
1993: aliquota generale 15%, ridotta 6%, super-ridotta 3%; aliquota maggiorata soppressa.
1995: aliquota generale 16%, ridotta 7%, super-ridotta 4%.
2010: aliquota generale 18%, ridotta 8%, super-ridotta 4%.
2012–oggi: aliquota generale 21%, ridotta 10%, super-ridotta 4%.
L’aliquota maggiorata per i beni di lusso, fissata inizialmente al 33%, fu ridotta al 28% nel 1992 e definitivamente soppressa nel 1993 nel quadro dell’armonizzazione IVA comunitaria, con contestuale introduzione dell’aliquota super-ridotta al 3% (poi 4%).11 L’aliquota generale è poco meno che raddoppiata dal 1986 a oggi, passando dal 12% al 21%, con un incremento complessivo di nove punti percentuali in trentanove anni; l’ultimo aumento risale al 2012, nel pieno della crisi del debito sovrano sotto il Governo Rajoy.12 Attualmente l’aliquota ridotta del 10% si applica ai beni alimentari non coperti dall’aliquota inferiore e ad alcuni eventi ricreativi e culturali, mentre l’aliquota super-ridotta del 4% riguarda i beni di prima necessità (pane, latte, uova, libri, medicinali).13

5. La spesa pubblica in percentuale del PIL (1960–2026)
L’indicatore della spesa pubblica sul PIL offre la misura più sintetica della crescita dimensionale dello Stato spagnolo nel secondo Novecento: da un livello prossimo al 15% negli anni Cinquanta-Sessanta, paragonabile a quello della dittatura di Primo de Rivera, la Spagna converge — con un ritardo storico di circa un ventennio rispetto ai partner europei — verso i livelli oppressivi di uno Stato sociale continentale, superando il 45% del PIL a partire dagli anni Novanta. La relativa maggiore libertà che tuttora si avverte in Spagna è il retaggio di un regime fiscale più rispettoso della libertà e della proprietà di cui negli altri paesi si è largamente perduta la memoria.14

1960: ≈ 13–15% del PIL. Livello paragonabile alla dittatura di Primo de Rivera; autarchia franchista.
1970: 22,5% del PIL. 14,2 punti sotto la media dei 4 maggiori paesi CE.
1975: ≈ 25% del PIL. Fine del franchismo; trasferimenti sociali al 17% del PIL.
1982: ≈ 34–37% del PIL. Trasferimenti sociali al 23% del PIL; avvio dei governi socialisti.
1990: 43,3% del PIL. Solo 4,2 punti sotto la media dei 4 maggiori paesi CE (47,5%).
1992–1993: ≈ 45–48% del PIL. Picco pre-convergenza di Maastricht.
1995–2007: 38–42% del PIL. Consolidamento fiscale per l’ingresso nell’euro; boom immobiliare.
2009–2012: 46–48% del PIL. Crisi finanziaria globale e del debito sovrano; stabilizzatori automatici.
2020: > 52% del PIL. Pandemia da COVID-19.
2024: 45,5% del PIL. Debito pubblico 100,8% del PIL nel 2025 (contro il minimo storico del 16,6% nel 1980).
Nel confronto europeo più recente, la Spagna si è collocata nel 2019 al 42% del PIL, leggermente sotto la media UE-28 (43%) e UE-15 (46%), ma sopra i valori di Stati Uniti (38%) e Giappone (39%) — a conferma di un modello di welfare state europeo di intensità intermedia.15 I dati più recenti collocano la spesa pubblica spagnola al 45,5% del PIL nel quarto trimestre 2024, con un debito pubblico che nel 2025 ha raggiunto il 100,80% del PIL — a fronte di un minimo storico del 16,60% registrato nel 1980, retaggio dell’amministrazione franchista, all’indomani della Transizione.16

6. Osservazioni conclusive
La traiettoria fiscale spagnola dal 1939 a oggi può essere letta come il passaggio da uno Stato minimo a uno Stato sociale di impronta continentale, realizzato in tempi compressi rispetto ai partner dell’Europa occidentale. Sotto il dittatore Franco gli spagnoli dedicavano meno di un quinto del loro tempo e delle loro energie per mantenere la struttura statale, oggi dedicano quasi la metà delle loro energie al pagamento di una struttura ipertrofica, al pari di quelle degli altri Stati europei, nella generale consapevolezza che i soldi bruciati sull’altare fiscale sono in larga misura sprecati e dedicati ad amministrazioni in larga misura corrotte che impiegano il gettito fiscale a proprio vantaggio e non a favore dei cittadini.17 La conclusione paradossale è netta: la dittatura franchista lasciava molti più soldi nelle tasche dei suoi cittadini. Il moderno e democratico Stato spagnolo è un leviatano fiscale che divora quote sempre più insopportabili dei redditi degli spagnoli.

PARTE II — ITALIA
7. Il sistema fiscale dal fascismo alla vigilia della riforma (1922–1973)
A differenza del caso spagnolo, dove la cesura del 1978-1986 introduce ex novo l’imposta sui redditi e l’IVA, in Italia i due tributi nascono da una radicale sostituzione di imposte preesistenti, la cui genealogia risale al periodo liberale e fascista. Sul fronte dell’imposizione indiretta sugli scambi, il regime fascista istituisce nel 1940, in piena economia di guerra, l’Imposta Generale sull’Entrata (IGE), tributo indiretto plurifase e cumulativo (a «cascata»), istituito dal R.D.L. 2/1940, convertito nella legge 762/1940, che colpiva ogni scambio economico — dalle importazioni alla vendita al dettaglio, comprese le prestazioni professionali — senza alcun meccanismo di detrazione dell’imposta pagata a monte.18 Tale carattere «a cascata» — assai diverso dalla cosiddetta «neutralità» della futura IVA — rendeva l’imposta onerosa – ma occorre tenere conto delle aliquote estremamente basse se comparate a quelle dell’IVA – per le filiere produttive lunghe, incentivando l’integrazione verticale delle imprese.

Sul fronte dell’imposizione diretta, il sistema tributario italiano restava fino al 1973 ancorato al modello ottocentesco di matrice liberale, poi in parte rivisto dalla riforma Vanoni del 1951: una pluralità di imposte reali (o «di prodotto») — imposta di ricchezza mobile, imposta sui terreni, imposta sui fabbricati, imposta sui redditi agrari — cui si affiancavano un’imposta personale complementare progressiva sul reddito complessivo e l’imposta di famiglia a livello comunale, in una struttura cedolare per fonte di reddito assai simile, nella sua logica, al sistema franchista anteriore al 1978.19

8. La riforma tributaria del 1971–1974 (Riforma Cosciani-Visentini)
La grande riforma tributaria italiana, preparata dai lavori della Commissione Cosciani (1963-1966) e attuata dalla legge delega 9 ottobre 1971, n. 825 sotto la responsabilità politica del ministro delle Finanze Bruno Visentini, corre parallela — con un anticipo di circa sette anni — a quella spagnola, e ne condivide la matrice europeista: la presunta esigenza di armonizzare il sistema tributario nazionale alle direttive comunitarie in materia di imposta sulla cifra d’affari.20

Con il d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, l’IVA sostituisce l’IGE a decorrere dal 1° gennaio 1973, in attuazione delle direttive comunitarie 67/227/CEE e 67/228/CEE sull’armonizzazione delle imposte sulla cifra d’affari degli Stati membri della CEE.21 L’anno seguente, il 1° gennaio 1974, entrano in vigore i decreti delegati sull’imposizione diretta: le vecchie imposte reali (ricchezza mobile, fabbricati, terreni, redditi agrari) e personali (complementare, imposta di famiglia) sono sostituite dall’Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche (IRPEF) e dall’Imposta sul Reddito delle Persone Giuridiche (IRPEG), oltre all’Imposta Locale sui Redditi (ILOR), rispettivamente con i d.P.R. 29 settembre 1973, nn. 597, 598 e 599.22

9. L’evoluzione dell’IRPEF (1974–2026)
Nella sua versione originaria l’IRPEF prevedeva un impianto fortemente progressivo: 32 aliquote marginali, comprese fra il 10% e il 72%, applicate a scaglioni di reddito molto ravvicinati — un numero di scaglioni quasi identico a quello dell’IRPF spagnolo coevo (28 nel 1978), a conferma di un comune modello europeo continentale di imposizione sintetica e fortemente progressiva.23 In sintesi:

1974 (d.P.R. 597/1973): 32 scaglioni, aliquote 10%–72%. Sostituisce le imposte reali (ricchezza mobile, fabbricati, terreni) e la complementare progressiva; pochi contribuenti nelle aliquote più alte.
1983 (riforma Spadolini): 9 scaglioni, aliquote 18%–65%. Prima grande semplificazione: da 32 a 9 scaglioni; soglia massima ridotta a poco più di 800.000 € attuali.
1986 (Testo Unico, d.P.R. 917/1986): 9 scaglioni, aliquote 12%–62%. Confluenza di IRPEF e IRPEG (poi IRES) nel TUIR, in sostituzione dei decreti del 1973.
1989–1997: 7 scaglioni, aliquote 10%–50%. Riduzione ulteriore degli scaglioni; anni ’90: aumento della pressione sulle classi intermedie per convergenza verso l’euro.
1998–2001 (riforma Visco): 5 scaglioni, aliquote 18,5%–45,5%. Prosecuzione della semplificazione; introduzione di deduzioni per la «no tax area».
2002–2021: 5 scaglioni, aliquote 23%–43%. Aliquota minima al 23%, massima al 43% (oltre 75.000 €); soglia dell’aliquota massima più volte abbassata, da 1 milione a 75.000 €, in quattro interventi successivi negli anni ’90.
2022–2023: 4 scaglioni, aliquote 23%–43%. Accorpamento del secondo e terzo scaglione (legge di bilancio 2022).
2024–2026: 3 scaglioni, aliquote 23%–43%. Ulteriore accorpamento (primi due scaglioni unificati al 23% fino a 28.000 €); regime di «flat tax» opzionale per redditi da lavoro autonomo (regime forfettario) e per neo-residenti ad alto reddito.
Il percorso italiano condivide con quello spagnolo la stessa dinamica di fondo: una drastica riduzione del numero di scaglioni — da 32 a 3 in cinquant’anni, contro i 28 ridotti a 4-6 in Spagna — accompagnata da una compressione della forbice fra aliquota minima e massima. Diversamente dal caso spagnolo, tuttavia, la compressione italiana è avvenuta soprattutto tramite l’abbassamento della soglia di ingresso nell’aliquota marginale massima piuttosto che tramite riduzione dell’aliquota stessa: negli anni ’90, di fronte di presunti alti livelli di evasione fiscale e della necessità di gettito imposta dai vincoli di convergenza verso l’euro, la leva principale utilizzata fu la riduzione progressiva della soglia di reddito a partire dalla quale si applicava l’aliquota massima, abbassata in quattro interventi successivi da un milione a 75mila euro attuali.24

10. L’evoluzione dell’IVA in Italia (1973–2026)
L’aliquota generale IVA italiana ha conosciuto un percorso più contenuto rispetto a quello spagnolo, muovendo da un livello iniziale già superiore (12% nel 1973, contro il 12% spagnolo del 1986, ma con partenza quindici anni prima) fino all’attuale 22%.

1973: aliquota generale 12%, ridotta 6%. Sostituzione dell’IGE (d.P.R. 633/1972); aliquote plurime fino al 30% per beni di lusso.
1980: aliquota generale 15%, ridotta 8–9%. Prima revisione post shock petroliferi.
1988: aliquota generale 19%, ridotta 9%, super-ridotta 4%. Armonizzazione in vista del Mercato Unico europeo (1993).
1997: aliquota generale 20%, ridotta 10%, super-ridotta 4%. Manovra per l’ingresso nell’euro («eurotassa»).
2011: aliquota generale 21%, ridotta 10%, super-ridotta 4%. Manovra Tremonti anticrisi (D.L. 138/2011).
2013–oggi: aliquota generale 22%, ridotta 10%, super-ridotta 4%. D.L. 76/2013; aliquota generale invariata dal 2013.
Le aliquote attualmente in vigore sono il 22% (ordinaria), il 10% e il 4%, quest’ultima riservata ai beni di prima necessità.25 Va segnalato un tratto strutturale comune alle due esperienze: in entrambi i paesi l’ultimo incremento significativo dell’aliquota generale (2012 in Spagna, 2011-2013 in Italia) matura nel contesto della crisi del debito sovrano europeo, a conferma della funzione dell’IVA quale mezzo di estorsione fiscale rapida in situazioni di emergenza finanziaria — a differenza dell’IRPF/IRPEF, la cui riforma richiede tempi politici più lunghi.

11. La spesa pubblica in percentuale del PIL in Italia (1930–2026)
Le serie italiane di lungo periodo sono meno frammentate rispetto a quelle spagnole, grazie alla continuità delle rilevazioni contabili anche nel periodo bellico e fascista, sebbene con evidenti anomalie legate all’economia di guerra e alle spese straordinarie. Un dato di sintesi comunemente utilizzato dalla letteratura comparata sui paesi belligeranti: nei paesi più colpiti dalla Seconda guerra mondiale — Francia, Germania, Italia e Regno Unito — la spesa pubblica superò il 25% del PIL già nell’immediato dopoguerra, un livello che nell’Italia fascista prebellica era invece contenuto entro margini più ridotti, tipici di uno Stato ancora orientato al pareggio di bilancio salvo le spese straordinarie per autarchia e riarmo.26

1930 (ca.): ≈ 15–18% del PIL. Stato liberale/fascista a bilancio contenuto, salvo spese straordinarie belliche e autarchiche.
1945–1950: > 25% del PIL. Ricostruzione postbellica; primi programmi di welfare (Ricostruzione, Cassa del Mezzogiorno dal 1950).
1960: 29% del PIL. Boom economico; pressione fiscale al 25,7% del PIL.
1973: ≈ 33–35% del PIL. Shock petrolifero; avvio riforma tributaria Visentini.
1980: ≈ 42% del PIL. Espansione della spesa sociale; debito/PIL al 56,9%.
1985: ≈ 48% del PIL. Pressione fiscale al 34,6% del PIL (contro il 41% medio UE e il 45% francese).
1990: 53,5% del PIL. Picco storico pre-consolidamento; raddoppio della spesa sociale sul PIL in trent’anni.
1992–1997: ≈ 50–53% del PIL. Manovre di rientro per l’ingresso nell’euro («eurotassa» 1997).
2000–2007: ≈ 46–48% del PIL. Consolidamento nell’area euro.
2009–2013: ≈ 50–51% del PIL. Crisi finanziaria e del debito sovrano.
2020: ≈ 57% del PIL. Pandemia da COVID-19.
2024: 50,6% del PIL. Pressione fiscale 42,6% del PIL; debito pubblico 135,3% del PIL.
Nel trentennio 1960-1990 la spesa pubblica italiana è più che raddoppiata in rapporto al PIL, passando dal 29% al 53,5%, quale effetto della graduale istituzione di un esteso quanto inutile sistema di welfare state a partire dagli anni Sessanta e dell’adozione di deleterie politiche keynesiane espansive finanziate in deficit; nello stesso periodo la spesa «sociale» in rapporto al PIL è raddoppiata.27 Significativamente, tale espansione della spesa non fu accompagnata da un proporzionale aumento della pressione fiscale: quest’ultima passò infatti solo dal 25,7% del 1960 al 34,6% del 1985, contro una media europea del 41% e un dato francese del 45%, generando lo strutturale disallineamento fra entrate e uscite che è all’origine dell’abnorme crescita del debito pubblico italiano.28 Nel 2024, secondo i dati Istat, le uscite totali delle Amministrazioni pubbliche si sono attestate al 50,6% del PIL, a fronte di una pressione fiscale del 42,6% e di un debito pubblico salito al 135,3% del PIL.29

PARTE III — ANALISI COMPARATA SPAGNA / ITALIA
12. Quadro sinottico comparato
12.1 Imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPF / IRPEF)
Anno di introduzione: Spagna 1978 (Ley 44/1978); Italia 1974 (d.P.R. 597/1973, in vigore dal 1°.1.1974).
Regime previgente: Spagna — imposte reali/di prodotto franchiste, non sintetiche; Italia — imposte reali (ricchezza mobile, fabbricati, terreni) + complementare progressiva.
Scaglioni all’origine: Spagna 28 (15%–65,5%); Italia 32 (10%–72%).
Scaglioni attuali: Spagna 6 statali + tramo autonómico (19%–47%); Italia 3 (23%–43%).
Riforma «di svolta» verso minor progressività: Spagna — 2006–2007 (riforma Solbes): proporzionalizzazione dei redditi da capitale al 18%; Italia — 1983 (riforma Spadolini): da 32 a 9 scaglioni; anni ’90: abbassamento della soglia dell’aliquota massima da 1 milione a 75.000 €.
Decentramento: Spagna — ampia cessione di competenze normative alle Comunidades Autónomas dal 1997 (forte dispersione territoriale); Italia — addizionali regionali e comunali, ma minore autonomia sulla tariffa base rispetto alla Spagna.
Elemento distintivo: Spagna — tassazione separata e proporzionale dei redditi da capitale dal 2006 («dual income tax»); Italia — regimi sostitutivi/forfettari per lavoro autonomo e neo-residenti ad alto reddito (flat tax opzionale).
12.2 Imposta sul valore aggiunto (IVA)
Anno di introduzione: Spagna 1986 (ingresso CEE); Italia 1973 (armonizzazione anticipata rispetto all’adesione).
Imposta sostituita: Spagna — Impuesto General sobre el Tráfico de Empresas (ITE, 1964–1985); Italia — Imposta Generale sull’Entrata (IGE, 1940–1972, imposta «a cascata»).
Aliquota generale all’origine: Spagna 12%; Italia 12%.
Aliquota generale attuale: Spagna 21% (dal 2012); Italia 22% (dal 2013).
Incremento complessivo dell’aliquota generale: Spagna +9 punti in 40 anni; Italia +10 punti in 53 anni.
Aliquote ridotta / super-ridotta attuali: Spagna 10% / 4%; Italia 10% / 4%.
Ultimo grande incremento: Spagna 2012, crisi del debito sovrano; Italia 2011–2013, crisi del debito sovrano.
12.3 Spesa pubblica in percentuale del PIL
1960: Spagna ≈ 13–15%; Italia 29%.
1970/1975: Spagna 22,5% (1970) / ≈ 25% (1975); Italia ≈ 33–35% (1973).
1980–1985: Spagna ≈ 34–37%; Italia ≈ 42–48%.
1990: Spagna 43,3%; Italia 53,5% (picco storico).
2000–2007: Spagna 38–42%; Italia ≈ 46–48%.
2009–2012: Spagna 46–48%; Italia ≈ 50–51%.
2020 (Covid): Spagna > 52%; Italia ≈ 57%.
2024: Spagna 45,5%; Italia 50,6%.
Debito pubblico 2024–2025: Spagna 100,8% del PIL (2025); Italia 135,3% del PIL (2024).

13. Osservazioni conclusive
Il confronto fra le due traiettorie fiscali mediterranee restituisce, più che una divergenza, una sincronia strutturale con sfasatura cronologica: l’Italia repubblicana anticipa di circa un quinquennio, sul piano dell’IRPEF, e di tredici anni, sul piano dell’IVA, le riforme spagnole della transizione — ma entrambe rispondono alla medesima spinta esogena, l’armonizzazione con il sistema fiscale comunitario e l’incremento del potenziale estrattivo della struttura pubblica rispetto alla ricchezza e ai redditi dei cittadini, e condividono un’identica parabola interna: nascita di un’imposta sul reddito sintetica e fortemente progressiva (oltre 28-32 scaglioni, aliquote massime superiori al 65%), seguita da una convergenza di lungo periodo verso 3-6 scaglioni e aliquote massime fra il 43% e il 47%.

Sul piano dell’imposizione indiretta, la convergenza è ancora più marcata: entrambi i paesi partono da un’aliquota generale IVA del 12% e approdano, dopo la crisi del debito sovrano del 2011-2012, a un’aliquota compresa fra il 21% e il 22%, con identiche aliquote ridotte (10%) e super-ridotte (4%) — una prova, se necessaria, del grado di armonizzazione raggiunto dal sistema comune IVA europeo anche fra paesi con storie fiscali di partenza assai diverse (l’IGE italiana «a cascata» contro l’ITE spagnola monofase).

La differenza più significativa emerge invece sul piano della dimensione dello Stato: l’Italia raggiunge livelli di spesa pubblica sul PIL sistematicamente superiori di 5-8 punti percentuali rispetto alla Spagna in ogni fase storica comparabile (53,5% contro 43,3% nel 1990; 50,6% contro 45,5% nel 2024), pur con un incremento della pressione fiscale relativamente più contenuto rispetto alla crescita della spesa — donde il differenziale abissale nel rapporto debito/PIL (135,3% italiano contro 100,8% spagnolo). In chiave di analisi comparata di economia costituzionale, il caso italiano offre un’illustrazione paradigmatica della tesi per cui l’espansione della spesa pubblica, quando non accompagnata da un corrispondente inasprimento della pressione fiscale contestuale, si traduce strutturalmente in trasferimento intergenerazionale del carico fiscale tramite debito pubblico — un fenomeno assai meno pronunciato nella traiettoria spagnola, più tardiva ma meglio ancorata, salvo la parentesi 2008-2012, al vincolo di bilancio.

Nel passaggio dalle dittature franchista e fascista è facile riconoscere un tratto comune dei due paesi, cioè l’espansione drammatica del potenziale estrattivo delle classi dominanti cleptocratiche che hanno visto nel progressivo e deciso incremento della quota di ricchezza sottratta agli individui e trasferita alla struttura pubblica il segno distintivo dell’evoluzione fiscale di entrambi i paesi.

Uno dei termini di paragone più interessanti con la questione del peso tributario gravante sui cittadini è quello della valutazione economica dell’economia schiavista e della percentuale di lavoro quotidiano dedicato dagli schiavi al proprio mantenimento rispetto alla percentuale oggetto dell’appropriazione da parte dei padroni.

Due sono gli studi di maggiore importanza dedicati alla quantità di sfruttamento subita storicamente dagli schiavi: il controverso Time on the Cross di Robert Fogel e Stanley L. Engerman e How the World Works di Paul Cockshott. Gli autori hanno tentato, con differenti metodologie, di calcolare il tasso di sfruttamento degli schiavi, cioè il tempo del lavoro servile dedicato al mantenimento dello schiavo stesso e quello appropriato dal padrone. Si tratta, come è ovvio, di calcoli molto difficili se non impossibili da realizzare ma gli autori propongono delle ricostruzioni. Ad avviso di Fogel e Engerman il tasso di sfruttamento degli schiavi delle piantagioni sudiste era tutto sommato ridotto, attestandosi attorno al 10% del reddito prodotto. Cockshott fa una ricostruzione ben più ampia, analizzando anche la servitù della gleba medievale e il capitalismo moderno. Per il feudalesimo inglese (Domesday Book, Essex, 1086) calcola un saggio di sfruttamento compreso fra un limite inferiore del 3% (che egli stesso giudica implausibile) e un limite superiore del 21,2%; per il capitalismo contemporaneo, applicando il metodo del markup, individua saggi di sfruttamento fra il 50% e oltre il 100%, nettamente superiori a quelli feudali. Sulle economie socialiste, significativamente, Cockshott non fornisce alcuna cifra numerica, sostenendo che l’estrazione del surplus vi avviene tramite l’allocazione diretta e pianificata del lavoro anziché tramite un meccanismo di prezzo. Probabilmente non sarà mai possibile ricostruire in termini esatti l’«aliquota» di sfruttamento che gravava sugli schiavi, ma se ipotizziamo, con Fogel ed Engerman, un limite inferiore attorno al 10% e, con i più critici della loro tesi, valori ben più alti, è facile concludere che il tasso di sfruttamento in danno dei propri cittadini perpetrato da paesi ipoteticamente «liberi» come la Spagna e l’Italia, se paragonato a quanto facevano le dittature – franchista e fascista – la conclusione ovvia è che il margine di autonomia e di libertà lasciato dai dittatori ai propri cittadini era nettamente superiore a quello lasciato loro dalle democrazie.

Ciò non costituisce una curiosità storica o statistica ma corrisponde ad una evoluzione necessaria nella progressiva democratizzazione dei paesi. Come osservato da Hans-Hermann Hoppe30, il passaggio dalle monarchie alle democrazie è caratterizzato da un fondamentale cambio nel rapporto tra il sovrano e lo Stato. Il re assoluto era il monopolista dell’estorsione fiscale in danno dei suoi cittadini, esattamente come lo sono i parlamenti e i governi democraticamente eletti. Ma vi era una differenza sostanziale e fondamentale: il re era il proprietario dello Stato e lo possedeva per sé e per i propri eredi. Ciò comportava una naturale tendenza del monarca alla gestione oculata delle proprie risorse e, in particolare, alla moderazione fiscale, nella consapevolezza che i sudditi eccessivamente vessati dal giogo tributario avrebbero tentato di aggirare le norme, con conseguente danno all’intero sistema giuridico, minato nella sua pretesa di rappresentare la giustizia e la sua uniforme e imparziale applicazione, o avrebbero abbandonato il territorio sotto il controllo del monarca per creare la propria esistenza in paesi meno oppressivi. Di contro il presidente o il primo ministro democraticamente eletti non sono i proprietari ma solo gli usufruttuari di un paese. Possono appropriarsi dei frutti della rapina fiscale ma non diventano proprietari del capitale rappresentato dallo Stato né possono trasmetterlo ai loro successori. Ciò determina un decisivo aumento della preferenza temporale dei governanti che tenderanno a volersi appropriare della maggior quota possibile di risorse nel più breve tempo possibile e comunque entro l’orizzonte temporale rappresentato dalle prossime elezioni. L’unico modo per incrementare il reddito della classe politica a spese dei cittadini ed entro il termine delle successive elezioni è l’incremento costante e decisivo delle aliquote fiscali. Inoltre, al fine di lucrare sui costi di gestione dello Stato i governanti democratici avranno il forte incentivo ad incrementare le funzioni dello Stato. Anche volendo ipotizzare una casta di governanti integerrimi che esercitino le loro funzioni con la massima onestà – si tratta di un’ipotesi ovviamente priva del benché minimo realismo e soprattutto lontana dall’esperienza empirica – i gestori delle funzioni assunte dallo Stato non le svolgeranno gratuitamente ma otterranno una retribuzione per il lavoro svolto. Il che non solo rende le funzioni stesse inevitabilmente più costose della loro produzione diretta da parte dei privati, ma crea una tendenza all’espansione e moltiplicazione delle funzioni stesse. La struttura stessa delle democrazie determina necessariamente l’espansione degli Stati e dei compiti che via via questi si arrogano e, di pari passo, l’incremento della pressione fiscale media e del peso dello Stato sulla vita e la libertà economica dei cittadini.

Questa evoluzione tende inevitabilmente verso un suo punto di equilibrio che è dato dalla situazione in cui non vi è più convenienza a lavorare di più o aprire un’impresa poiché ciò comporterebbe un decremento netto del reddito disponibile.31 Al superamento di questo punto di equilibrio la conseguenza ovvia è la riduzione del gettito tributario a disposizione delle cleptocrazie dominanti. I cittadini sceglieranno l’evasione fiscale oppure la chiusura delle imprese o l’astensione dal lavoro come soluzione più razionale con il conseguente impoverimento generale dei paesi interessati e la conseguente riduzione del gettito fiscale. Il raggiungimento del punto di rottura e della prevalenza dell’incentivo a non lavorare e non produrre comporta la creazione di un conflitto sociale sempre più marcato tra percettori netti del gettito fiscale (casta politica, imprenditori sovvenzionati, pubblici dipendenti) e pagatori netti di imposte (lavoratori dipendenti del settore privato e imprenditori).

Volendo tracciare un paragone storico, il medio e tardo Impero Romano sperimentò un’evoluzione sostanzialmente analoga.32 Finito il periodo degli imperatori adottivi, a partire dall’inizio del terzo secolo l’incertezza circa la permanenza al potere e la possibilità per il monarca in carica di lasciare lo Stato romano ai suoi eredi comportò un incremento decisivo della spesa pubblica accompagnato da un aumento netto dell’imposizione fiscale che determinò una reazione analoga a quella moderna: evasione fiscale, abbandono delle città e delle attività economiche e accoglienza degli invasori barbarici – le cui strutture statali primitive non conoscevano l’imposizione fiscale – come liberatori dall’oppressione tributaria imperiale.

Per tornare al caso italiano e spagnolo il punto di rottura è vicino. A fronte di un saldo positivo, in termini di crescita del numero assoluto di imprese, negli ultimi decenni si è assistito a un decremento delle imprese individuali e professionali e una corrispondente crescita delle aziende più grandi e strutturate e più preparate a resistere all’assalto fiscale.33 Sotto un diverso profilo, un numero sempre crescente di cittadini italiani e spagnoli, soprattutto tra coloro dotati di capacità e livelli di istruzione elevati, sceglie l’emigrazione come soluzione alle condizioni di lavoro – autonomo o dipendente – considerate troppo onerose in patria.34

Il peso sempre più soffocante e insopportabile della mano pubblica sulla libertà dei cittadini non si esaurisce solo nella pressione fiscale. La sottrazione del tempo disponibile per i cittadini a favore del tempo necessariamente dedicato alla struttura burocratica statale è in costante aumento35 e comporta un fenomeno, quanto agli effetti, non dissimile dalla rapina fiscale. L’ambito di libertà, all’interno del quale ciascuno è capace di strutturare la propria vita in linea con i suoi desideri e le sue aspirazioni, tende a ridursi sempre di più. Inoltre, la burocratizzazione – che ormai riguarda in pari misura sia il settore pubblico sia il cosiddetto settore privato36 – è una delle reazioni degli Stati alla crescente crisi fiscale determinata dall’insaziabilità degli appetiti del settore pubblico e dalla obiettiva limitazione delle risorse che è possibile sottrarre al ceto produttivo. L’illusione dei monopolisti della decisione e della violenza è di poter incrementare il gettito attraverso un controllo sempre più capillare di qualsiasi attività umana.

Il caso italiano e spagnolo, che non è dissimile dall’analoga situazione di molti altri paesi occidentali, dimostra come la parabola degli Stati sta entrando nella sua fase finale. Come l’Impero Romano che crollò non tanto a causa delle invasioni barbariche quanto a causa dell’ipertrofia che assunse a partire dal terzo secolo, le cosiddette democrazie occidentali si avviano verso un declino sempre più evidente aggravato dalla stessa esistenza dei programmi di welfare state che, oltre ad essere insostenibili anche per le sole popolazioni autoctone, esercitano un’attrazione insuperabile per gli abitanti di regioni, soprattutto africane e asiatiche, dove le capacità produttive e la ricchezza accumulata non consentono la creazione di risorse sufficienti per sovvenzionare chi non produce nulla. Non stupisce che paesi come la Spagna o l’Italia, dove è possibile lucrare a spese dei contribuenti facendosi percettori di varie prebende organizzate dal settore pubblico, vengano sempre più presi di mira da chi intraveda la possibilità di farsi mantenere.

Lo Stato, come scrisse Frederic Bastiat,37 è la grande illusione in base alla quale tutti credono di poter vivere a spese degli altri. Fino a che, come sta accadendo proprio ora sotto i nostri occhi, le risorse non saranno più sufficienti.

Fonti e riferimenti bibliografici
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Ley 44/1978, de 8 de septiembre, del Impuesto sobre la Renta de las Personas Físicas, BOE núm. 217, de 11 de septiembre de 1978.

Ley 30/1985, de 2 de agosto, del Impuesto sobre el Valor Añadido, BOE núm. 190, de 9 de agosto de 1985.

Ley 37/1992, de 28 de diciembre, del Impuesto sobre el Valor Añadido, BOE núm. 312, de 29 de diciembre de 1992 (testo vigente).

Ley de Medidas Urgentes de Reforma Fiscal, de 14 de noviembre de 1977, BOE núm. 276, de 18 de noviembre de 1977.

Real Decreto-ley 20/2012, de 13 de julio, de medidas para garantizar la estabilidad presupuestaria y de fomento de la competitividad (aumento dell’aliquota generale IVA al 21%).

Spagna — fonti secondarie e statistiche
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Comín, F., Historia de la Hacienda pública, II. España (1808–1995), Crítica, Barcelona, 1996.

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Domínguez Rodicio, J.R., «Análisis de cuarenta años del IRPF a través de las leyes aplicables», in 50 años de evolución impositiva, AEDAF.

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Trading Economics, Spain Government Debt to GDP, dati aggiornati 2025.

Italia — fonti normative primarie
R.D.L. 9 gennaio 1940, n. 2, convertito in legge 762/1940 (istituzione dell’Imposta Generale sull’Entrata).

Legge delega 9 ottobre 1971, n. 825 (delega per la riforma tributaria).

D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, istitutivo dell’Imposta sul Valore Aggiunto (in vigore dal 1° gennaio 1973).

D.P.R. 29 settembre 1973, n. 597, istitutivo dell’IRPEF (in vigore dal 1° gennaio 1974).

D.P.R. 29 settembre 1973, n. 598 (IRPEG) e n. 599 (ILOR).

D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, Testo Unico delle Imposte sui Redditi (TUIR).

Italia — fonti secondarie e statistiche
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Baldini, M. – Giannini, S. – Pellegrino, S., «Progressività dell’Irpef: non dipende dal numero di aliquote», lavoce.info, 14 gennaio 2022.

Dipartimento delle Finanze (MEF), I tributi nella storia d’Italia — sezioni «1940-1973 IGE», «1973 IVA» e «Anni ’70 – La grande riforma tributaria».

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Ragioneria Generale dello Stato (MEF), La spesa dello Stato dall’Unità d’Italia, Studi e Documenti.

Osservatorio CPI — Università Cattolica del Sacro Cuore, Serie storiche di finanza pubblica dal 1861: un aggiornamento, 2025.

Note
1.Impuesto General sobre el Tráfico de Empresas (ITE): «fue el principal impuesto de carácter indirecto existente en España entre 1964 y 1985», in Evolución de los tipos de IVA desde 1986 hasta 2017, Grupo Belmar, grupobelmar.es.
2.«En 1960, el gasto público en porcentaje del PIB era similar al existente en la dictadura de Primo de Rivera. Todos los expertos coinciden en señalar el atraso relativo del sector público español», in La evolución del sector público español en el periodo democrático, Dialnet.
3.«En 1970, el Gasto Público en España representaba solamente el 22,5% del PIB, 14,2 puntos menos que en los cuatro principales países de la CE», in Comparación del gasto de las Administraciones Públicas de España con la CE, Secretaría General de Presupuestos y Gastos.
4.«El 10 de junio de 1973, el ministro y Fuentes Quintana presentaron su proyecto al jefe del Estado, Francisco Franco… provocó el cese fulminante del Monreal Luque y la destrucción de los ejemplares existentes del proyecto de reforma. La dictadura de Franco se mostró incompatible con la existencia de un sistema fiscal universal y progresivo», in Reforma fiscal española de 1977, Wikipedia.
5.«…introduce el Impuesto sobre el Patrimonio, con carácter accesorio a la imposición sobre la renta, y al año siguiente, en 1978, por primera vez, un impuesto único, general, personal, sintético y progresivo sobre la renta», in Evolución legislativa y estructura del impuesto, vLex España; cfr. anche José Ramón Domínguez Rodicio, «Análisis de cuarenta años del IRPF a través de las leyes aplicables», in 50 años de evolución impositiva, AEDAF.
6.«El primer IRPF tenía 28 tramos y tipos impositivos que iban del 15% al 65,5%… Tenía la obligación de realizar la declaración todo aquel que obtuviera ingresos superiores a 300.000 pesetas. Aunque era un impuesto sobre las personas físicas, el tributo se configuraba como un gravamen que recaía en la unidad familiar», in Evolución histórica del IRPF en España, Aston Dealers.
7.«Uno de los cambios más evidentes a lo largo del tiempo en el IRPF es la reducción de la tarifa y de los tramos. En 1978, el impuesto contaba con 28 escalones, en 1991 ya eran 17 y en 2001 se limitaban a cinco», in Evolución histórica del IRPF en España, Aston Dealers, cit.
8.«Noten que si en 1978 el tipo más alto más que cuadruplicaba al más bajo, con esta reforma de Solbes ni duplica», in Historia de la progresividad del IRPF, blog Utópico terminando el prólogo.
9.«El contribuyente Real (mismo poder adquisitivo, salario ajustado año a año por IPC) partía en 1978 de una base liquidable de 3.542€ y un tipo medio del 16,00%. Su carga ha aumentado 7,88 puntos porcentuales, a pesar de que las sucesivas reformas han rebajado nominalmente los tipos», in Cuantificando el impuesto inflacionario: capital humano, Substack «sudapollismo».
10.«El IVA se implantó en España el 1 de enero de 1986, en sustitución del antiguo Impuesto sobre el Tráfico de Empresas (ITE)… Este impuesto (IVA) se reguló a través de la ley 30/1985 del 2 de agosto. Posteriormente fue modificado en 1992 para adaptarse a los parámetros de la Unión Europea», in IVA en España y Andorra: su evolución, Andorra Services; per il testo vigente cfr. Ley 37/1992, de 28 de diciembre, del Impuesto sobre el Valor Añadido, BOE núm. 312, de 29 de diciembre de 1992.
11.«Su andadura comenzó con una tasa del 33%… pero ya en 1992 bajó hasta el 28%… En 1993 este tipo elevado desapareció por completo. No obstante, apareció el tipo superreducido (3%)», in Breve historia del IVA en España.
12.«El tipo general del IVA ha subido desde el 12% en 1986 hasta el 21% en 2025 (9,0 puntos porcentuales)», in Impuesto sobre el Valor Añadido en España: tipos, escalas e histórico; sull’aumento del 2012 cfr. Real Decreto-ley 20/2012, de 13 de julio.
13.«El IVA reducido (10%) se aplica en los alimentos que no tienen reconocido un porcentaje inferior… y el IVA superreducido (4%) se centra en los productos de primerísima necesidad como sería el pan, la leche o los huevos», in Así ha sido la evolución del IVA en España, Newtral.
14.Non è un caso che solo in un paese come la Spagna un ex direttore generale dell’Agenzia delle Entrate abbia potuto scrivere un libro significativamente intitolato «Impuestos o libertad» dove si espone in modo diretto la natura alternativa tra imposizione fiscale e libertà individuale, quanto più alta è la prima, tanto più si riduce, fino quasi a scomparire, la seconda. Ignacio Ruiz-Jarabo Colomer, Impuestos o libertad. La hernia fiscal que estrangula a los españoles, Santa Cruz de Tenerife, Gaveta Ediciones 2022.
15.«En el caso español, el gasto público como porcentaje del PIB se situaba ligeramente por debajo del promedio de la UE-28 y de la UE-15: el 42%, frente al 43% y al 46%, respectivamente… superiores a los registrados en… Estados Unidos (38%) o Japón (39%)», in El gasto público en España desde una perspectiva europea, Banco de España, Documentos Ocasionales n. 2217.
16.«España registró una deuda pública del 100,80 por ciento del Producto Interno Bruto del país en 2025… alcanzando un máximo histórico del 119,30 por ciento del PIB en 2020 y un mínimo récord del 16,60 por ciento del PIB en 1980… Gasto Público en % del PIB 45,50», Trading Economics.
17.L’ultimo scandalo è il caso Koldo in cui il Tribunale Supremo ha condannato l’ex ministro Ábalos a 24 anni e 3 mesi di reclusione per fatti di corruzione e malversazione: lavanguardia.com.
18.«L’imposta generale sull’entrata, conosciuta anche con l’acronimo IGE, era un’imposta indiretta introdotta in Italia dal R.D.L. 2/1940 (convertito in L. 762/1940) … con l’entrata in vigore dell’IGE, la nozione di «scambio» comprende qualsiasi attività economica», in Imposta generale sulle entrate, Wikipedia; cfr. anche Treccani, voce «Ige».
19.«Il terzo periodo storico in cui risulta essere suddivisibile il sistema tributario italiano è quello che va dalla Riforma Vanoni del 1951 fino alla prima vera e propria riforma dello stesso realizzata nel 1971, per mezzo della c.d. Riforma Visentini», in Riforma fiscale: evoluzione e prospettive, tesi LUISS.
20.«LA RIFORMA DEL 1973-74… La riforma è preceduta dai lavori della «Commissione Cosciani» (1963-1966)», in Il sistema tributario italiano dalla riforma degli anni ’70 a oggi, Università di Napoli Federico II.
21.«L’Iva (sostituendo l’IGE, Imposta generale sulle entrate) è stata introdotta nell’ordinamento fiscale italiano con D.P.R. n. 633/1972 ed è entrata in vigore il 1° gennaio 1973, al fine di adeguare il sistema tributario italiano a quello degli altri Stati membri della Comunità Europea», Dipartimento delle Finanze — MEF, «1973 IVA, Imposta sul valore aggiunto».
22.«…con la sostituzione delle vecchie imposte reali (ricchezza mobile, fabbricati, terreni, redditi agrari) e personali (complementare sul reddito, imposta di famiglia), con le nuove sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) e delle persone giuridiche (IRPEG) (D.P.R. 29 settembre 1973, nn. 597 e 598) nonché locale sui redditi (ILOR) (D.P.R. 29 settembre 1973, n. 599)», Dipartimento delle Finanze — MEF, «Anni 70 – La grande riforma tributaria».
23.«Nel periodo 1974-1982, l’Irpef prevedeva 32 aliquote che variavano tra il 10 e il 72 per cento (la riduzione della progressività formale avverrà poi solamente nel 1983, quando le aliquote passarono da 32 a 9)», M. Baldini, S. Giannini, S. Pellegrino, «Progressività dell’Irpef: non dipende dal numero di aliquote», lavoce.info, 14 gennaio 2022.
24.Negli anni ’90, il legislatore, nell’ansia di aumentare il gettito cioè la parte del reddito nazionale a disposizione della casta politica invece che dei cittadini… intervenne con una serie di riforme che determinarono un significativo incremento della pressione tributaria a carico delle classi intermedie… la principale leva utilizzata fu la riduzione progressiva della soglia di reddito a partire dalla quale si applicava l’aliquota massima, che in quattro interventi successivi fu abbassata da 1 milione a 75 mila euro», Corte dei Conti, «Settantacinque anni di IRPEF», Rivista della Corte dei Conti n. 3/2025.
25.«…con aliquote variabili del 4%, 10% e 22% a seconda dei beni», in I.V.A. – Storia, caratteri ed aspetti operativi, Skuola.net.
26.«In Francia, Germania, Italia e Regno Unito, i paesi più colpiti dalla guerra, la spesa superò il 25% del PIL», in La spesa pubblica nel XX secolo, Firenze University Press.
27.«Nel trentennio 1960-1990, si assistette ad un progressivo aumento della spesa pubblica, che passò dal 29% del PIL del 1960 al 53,5% del 1990… Come conseguenza, la spesa pubblica in prestazioni sociali in rapporto al Prodotto interno lordo raddoppiò in trent’anni», in Storia del debito pubblico italiano, Wikipedia.
28.«Se il debito aumentò, però, non si assistette ad un aumento proporzionale della pressione fiscale che, dal 25,7% del 1960, ancora nel 1985 era pari al 34,6% del PIL, contro il 41% della media europea e il 45% della Francia», in Storia del debito pubblico italiano, Wikipedia, cit.
29.«Nel 2024 le uscite totali delle Amministrazioni pubbliche (50.6% del Pil) sono scese del 3,6% rispetto al 2023… Il debito pubblico è salito al 135,3% del Pil dal 134,6% del 2023. La pressione fiscale è cresciuta di oltre un punto percentuale al 42,6%», Il Sole 24 Ore, «Istat: nel 2024 Pil +0,7% e deficit al 3,4%. La pressione fiscale sale al 42,6%», 3 marzo 2025.
30.Hans-Hermann Hoppe, Democracy: The God That Failed. The Economics and Politics of Monarchy, Democracy, and Natural Order, Transaction Publishers, New Brunswick (NJ), 2001. Trad. it.: Hans-Hermann Hoppe, Democrazia: il dio che ha fallito. Il senso economico-politico della transizione da monarchia a democrazia in Occidente, trad. di Alberto Mingardi, prefazione di Raimondo Cubeddu, con uno scritto di Alessandro Fusillo, Liberilibri, Macerata, collana «Oche del Campidoglio» n. 59, 1ª ed. 2006, 3ª ed. 2024, pp. XXXII-450, ISBN 9791280447166.
31.Senato della Repubblica, Ufficio Valutazione Impatto, Fisco. La giungla delle aliquote marginali. Al contribuente conviene sempre lavorare (e guadagnare) di più?, Dossier n. 2135, XVII Leg., in senato.it (consultato il 6 agosto 2026); F. Di Nicola, M. Boschi, G. Mongelli, Le aliquote marginali effettive 2016 nel sistema italiano di imposte e benefici per persone e famiglie, relazione alla Riunione annuale SIEP, Lecce, 23-24 settembre 2016, poi in la Rivista delle Politiche Sociali / Italian Journal of Social Policy, 3-4/2016; L. Loiacono, L. Rizzo, R. Secomandi, Uno scossone all’IRPEF: detrazione unica per tutti ed imposta negativa, Working Paper SIEP n. 105, 2021, in siepweb.it. M. Pazos Morán, T. Pérez Barrasa, Imposición Efectiva sobre las Rentas Laborales en la Reforma del Impuesto sobre la Renta Personal (IRPF) de 2003 en España, Papeles de Trabajo del Instituto de Estudios Fiscales n. 14/2004, in ief.es; D. Romero Jordán, J.F. Sanz Sanz, Imposición Marginal Efectiva sobre el Factor Trabajo: breve nota metodológica y comparación internacional, in Hacienda Pública Española, 159(4), 2001, pp. 143-166 (con dati comparativi anche per l’Italia); FEDEA, La reducción por rendimientos del trabajo y el tipo marginal efectivo del IRPF, Policy Blog, 13 novembre 2022, in policy.fedea.net.

Il fenomeno per cui, oltre un certo livello, l’aumento delle aliquote fiscali determina una riduzione del gettito è quello studiato dalla cosiddetta Laffer curve. Sull’origine e sull’evidenza empirica della curva di Laffer, cfr. Jude Wanniski, «Taxes, Revenues, and the «Laffer Curve»», The Public Interest, 50, 1978, pp. 3-16 (l’articolo che conia il nome); Mathias Trabandt, Harald Uhlig, «How Far Are We from the Slippery Slope? The Laffer Curve Revisited», NBER Working Paper n. 15343, 2009, poi in Journal of Monetary Economics, 58(4), 2011, pp. 305-327 (verifica empirica quantitativa per USA e area UE-14); per il caso spagnolo, José Félix Sanz Sanz, «La Curva de Laffer: ¿Mito o realidad? Discusión, modelización y evidencias en el IRPF español», Papeles de Economía Española, n. 154, 2017, pp. 179-197; Osservatorio CPI – Università Cattolica del Sacro Cuore, La curva di Laffer e la flat tax, 2018 (che riporta, tra l’altro, il sondaggio IGM Forum tra economisti statunitensi, in cui il 71% si dichiarava in disaccordo o fortemente in disaccordo con l’idea che un taglio delle aliquote possa autofinanziarsi tramite maggiore gettito).
32.Lattanzio, De mortibus persecutorum, cap. VII, dove si afferma che, moltiplicati gli eserciti dalla tetrarchia dioclezianea, i contribuenti divennero meno numerosi di coloro che percepivano stipendi dallo Stato, con conseguente abbandono dei campi coltivati (agri deserti) sotto il peso delle imposizioni fiscali. Per il testo latino critico: J. Moreau (a cura di), Lactance, De la mort des persécuteurs, Sources Chrétiennes 39, Paris, Cerf, 1954, 2 voll.; J.L. Creed (a cura di e trad.), Lactantius, De Mortibus Persecutorum, Oxford Early Christian Texts, Clarendon Press, Oxford, 1984. Per la traduzione inglese di pubblico dominio: W. Fletcher (trad.), Of the Manner in Which the Persecutors Died, in Ante-Nicene Fathers, vol. VII, Buffalo, Christian Literature Publishing Co., 1886, cap. VII. Per l’edizione italiana: Lattanzio, Come muoiono i persecutori, a cura di M. Spinelli, Città Nuova, Roma, 2004-2005.

L. von Mises, Human Action: A Treatise on Economics, Yale University Press, New Haven, 1949, cap. XXX, § 2 («The Market’s Reaction to Government Interference»), pp. 767-769 dell’ed. Yale — dove Mises, pur imputando la crisi soprattutto ai controlli sui prezzi e alla svalutazione monetaria del III-IV secolo più che alla sola pressione fiscale in sé, descrive la fuga dei decuriones dalle città e il collasso della divisione del lavoro imperiale, rinviando esplicitamente a M. Rostovtzeff, The Social and Economic History of the Roman Empire, Clarendon Press, Oxford, 1926, p. 187.

M. Rostovtzeff, The Social and Economic History of the Roman Empire, cit., in particolare i capitoli sulla «Military Monarchy» e sulla crisi del III secolo (vol. I).

Per la fonte antica diretta dietro il tema della fuga verso i barbari per sottrarsi al fisco romano: Orosio, Historiarum adversum paganos libri VII, VII, 41 (anno 417 ca.); e Salviano di Marsiglia, De gubernatione Dei, lib. V.

Per una lettura più recente e meno «austriaca»: A.H.M. Jones, The Later Roman Empire, 284-602: A Social, Economic and Administrative Survey, Blackwell, Oxford, 1964.

Per una rilettura divulgativa in chiave esplicitamente misesiana: H.F. Sennholz, Inflation and the Fall of the Roman Empire, Mises Institute.
33.Istat, Demografia d’impresa, serie storica su Registro Asia, anni 2015-2024 (tassi di natalità, mortalità e sopravvivenza per coorte, settore e ripartizione territoriale); Unioncamere-InfoCamere, Movimprese, indagine trimestrale sul Registro delle Imprese delle Camere di Commercio, serie disponibile dal 1995; InfoCamere, L’evoluzione del tessuto imprenditoriale italiano 2016-2025, elaborazione per Il Sole 24 Ore, febbraio 2026. INE, Directorio Central de Empresas (DIRCE), note di stampa annuali (serie disponibile dal 1999); INE, Demografía Armonizada de Empresas; Funcas, El dinamismo empresarial después de las crisis recientes, 2024; Banco de España, La evolución de la solvencia y de la demografía empresarial en España desde el inicio de la pandemia, giugno 2022.
34.Istat, Iscrizioni e cancellazioni anagrafiche per trasferimento di residenza all’estero (dato AIRE 2024: saldo netto di -21.000 laureati 25-34 anni; 10,4% dei dottori di ricerca italiani occupato all’estero), e Fondazione Migrantes, Rapporto Italiani nel Mondo 2025; per la Spagna, INE, Padrón de Españoles Residentes en el Extranjero (3.045.966 cittadini spagnoli residenti all’estero al 1° gennaio 2025, +4,7% sul 2024), e Banco de España, Los flujos migratorios en España durante la crisis, Boletín Económico, 2015.
35.CGIA di Mestre (Ufficio Studi), stime basate su elaborazioni The European House-Ambrosetti e Istat, Il costo della burocrazia sulle imprese, 2023-2025 (57,2 miliardi di euro/anno, pari a circa 3,3% del PIL secondo la stima più prudente; stime più ampie, comprensive anche del costo per le famiglie, arrivano a 184-225 miliardi/anno, circa 11 punti di PIL); Confartigianato, Rapporto sulla burocrazia 2025 (238-312 ore/anno dedicate agli adempimenti dal titolare di piccola impresa, contro una media OCSE di 56 ore); Banca d’Italia, cit. in analisi CNA. ATA (Federación Nacional de Asociaciones de Trabajadores Autónomos), Barómetro ATA, dicembre 2025 (200 ore/anno e 3.000 euro/anno per autonomo dedicati ai trámites burocráticos); Instituto Juan de Mariana e CEU-CEFAS, Desenredar España, 2026 (costi aggregati della iperregolazione oltre 90 miliardi di euro/anno); CEOE, Panorama Económico y Empresarial (1.298.086 pagine di bollettini ufficiali statali e regionali nel 2024).
36.David Graeber, Bullshit Jobs: A Theory, Simon & Schuster, New York, 2018. Trad. it.: David Graeber, Bullshit Jobs, trad. di Albertine Cerutti, Garzanti, Milano, 2018.
37.Frédéric Bastiat, L’État, in Journal des débats, 25 settembre 1848, poi in Sophismes économiques, IIe série, e in Oeuvres complètes de Frédéric Bastiat, 3e éd., Guillaumin, Paris, 1873, vol. IV. Testo originale: «L’État, c’est la grande fiction à travers laquelle tout le monde s’efforce de vivre aux dépens de tout le monde» («Lo Stato è quella grande finzione grazie alla quale ognuno si sforza di vivere a spese di tutti gli altri»).